La filosofia Greca al Liceo Artistico di Aversa, gli allievi analizzano la figura di Socrate

« Dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest’uomo ero più sapiente io: […] costui credeva sapere e non sapeva,  io invece,  come non sapevo,  neanche credevo sapere. »
Platone, Apologia di Socrate

In occasione dell’Open day del liceo artistico di Aversa,  diretto da Carlo Guarino,  gli studenti Fabio Gisonni, Myriam Panico e Lucia Laiso,  frequentanti la terza A,  coordinati dal loro professore di filosofia,  il professor Pasquale Vitale,  hanno intrapreso un lavoro ermeneutico teso ad analizzare la figura di Socrate,  attraverso i testi di alcuni tra i filosofi più influenti del Novecento ( Pierre Hadot, Hannah Arendt e Karl Jaspers). Il lavoro originario è stato presentato attraverso un supporto multimediale. I ragazzi hanno girato un video nei quali i contenuti qui riportati sono presentati in maniera articolata.

Il Socrate di Hannah Arendt

Nel suo testo dal titolo “Socrate” Hannah Arendt non si limita ad analizzare unicamente la figura del filosofo,  in quanto affronta la questione riguardante il conflitto millenario tra filosofia e politica che,  a parere della filosofa,  inizia con la condanna avanzata a Socrate dalla democratica Atene. Tuttavia,  la responsabilità di aver inaugurato un conflitto millenario non è da attribuire alla polis greca,  la Arendt,  a questo scopo,  chiama in causa Platone e lo rende colpevole di aver fissato i termini del conflitto tra filosofia e politica,  di aver diffidato profondamente della polis e di essersi inconsapevolmente allontanato dagli stessi insegnamenti di Socrate,  di cui era stato allievo.
La Arendt spiega come il pensiero politico di Platone sia il riflesso del processo a cui viene sottoposto il maestro. Processo che,  agli occhi di Platone,  è chiara testimonianza di quanto la politica di Atene sia stata ingiusta e di come le opinioni degli ateniesi siano state irresponsabili. È a seguito della condanna avanzata a Socrate che,  dunque,  Platone comincia a denunciare le opinioni e a contrapporvi la propria filosofia delle idee. A questo punto,  la Arendt spiega che il dialogo socratico intendeva migliorare il dokei moi,  il mi pare di ogni interlocutore e per questo Socrate chiedeva a ciascuno di rendere conto del suo punto di vista,  al fine di trovare la verità nella doxa. Socrate voleva rendere la filosofia utile per la politica ed è proprio per questo motivo che il suo progetto fallisce,  perché , proiettato in una realtà politica,  si trova in difficoltà,  dal momento che non ha doxai: sa solo di non sapere. Platone,  invece,  avrebbe travisato volutamente il senso del filosofare socratico ,  diffidando del tutto della polis,  ritenuta incapace di ogni verità. La verità,  infatti,  non è più il frutto di un sapere che si forma nel mondo comune,  ma qualcosa di stabile ed eterno che abita altrove.

Il Socrate di Jaspers

Socrate riesce ancora oggi a suscitare nell’uomo l’interrogativo perfetto,  quella domanda che risulta concreta soltanto nel pensiero e nel dialogo umano.

Socrate non è colui che cerca di creare una nuova fede,  ma pretende si impari a pensare,  facendo sì che l’uomo inizi ad interrogare se stesso,  perché solo in questo modo si può essere virtuosi.  Al centro della sua filosofia c’è il dialogo inteso come strumento attraverso il quale è possibile educare chiunque , dagli uomini politici ai comuni cittadini,  in quanto «solo chi diventa uomo giusto diventa assieme cittadino giusto».

Il dialogo permette di confrontarsi arricchendo il proprio sapere.  Al contrario,  Platone,  nonostante si rifaccia alla filosofia di Socrate,  tende a creare un proprio partito,  una propria scuola e cerca a propagandare la propria filosofia Karl Jaspers,  dopo tale preambolo,  nell’analizzare il pensiero socratico, nel suo “Socrate,  Buddha,  Confucio,  Gesù”,  si focalizza su due punti chiave:

  • Nella prima parte descrive il senso dell’attività di Socrate , che è simile all’arte della levatrice,  come costei è capace di suscitare e alleviare le doglie portando alla nascita una nuova vita,  allo stesso modo il filosofo è capace di liberare l’uomo dal sapere apparente attraverso l’interrogarsi continuamente. Il sapere,  infatti,  non è una merce di scambio ,  ma rappresenta una possibilità innanzi alla quale l’uomo deve manifestare la propria intelligenza
  • Nella seconda parte lo scrittore evidenzia la fedeltà di Socrate alle leggi, infatti laddove l’intelligenza dell’uomo non offre vie di fuga bisogna affidarsi alla fede degli dèi e alle leggi dello Stato. Il filosofo,  infatti, preferisce morire e dunque obbedire alla legge piuttosto che fuggire di prigione nonostante egli stesso non ritenesse giusto ciò che gli stava accadendo.

Non è possibile,  quindi,  farsi un ritratto univoco di Socrate , ciò che ci rimane è la sua umana potenza,  la sue essenza attrattiva,  che non deve trasformare il filosofo in un mago o in un salvatore,  ma in colui che guida l’uomo alla virtù attraverso una continua sollecitazione del pensiero interiore,  in colui che ci ricaccia da ogni angolo per mostrarci tutte le umane debolezze, come sottolinea Karl Jaspers  «il pensiero socratico è tratto dalla verità che vien toccata soltanto nelle forme dell’ignoranza sapiente»  e ,  per questo,  non deve mai consentire all’uomo di chiudersi.

Il Socrate di Pierre Hadot

Nel suo libro Esercizi Spirituali e Filosofia Antica , il filosofo e scrittore francese Pierre Hadot,  oltre a definire il ruolo della filosofia, attraverso piccoli ma intensi “esercizi spirituali” , posti a elevare la nostra condizione interiore,  a eternarci superandoci, in modo da imparare a vivere, a morire, a dialogare,  ci mostra anche l’ interpretazione di una delle figure più emblematiche della filosofia, quella di Socrate, in cui l’autore individua l’essenza del filosofo, del saggio per eccellenza, poiché,  per meglio comprendere la filosofia, bisogna lavorare su se stessi .Non è un caso che queste riflessioni sulla figura del sapiente si sono fissate su Socrate, che rispecchia più di tutti l’ideale di mediatore fra l’ideale trascendente della saggezza e della sapienza e la realtà umana concreta. Hadot tenta di classificare Socrate tramite tre figure, quella del Sileno, di Eros e di Dioniso. Attraverso la figura del “sileno” Hadot legge Socrate mediante una delle sue caratteristiche più note ossia la sua bruttezza. Nell’immaginario popolare i sileni e i satiri erano demoni ibridi, per metà animali e per metà uomini,  ma questa è solo un’apparenza ingannevole, ritroviamo spesso questo mascheramento in Socrate nelle forme dell’ ironia socratica. Socrate mostrava ignoranza e ingenuità e,  con le sue domande incessanti e inesauribili,  induceva i suoi interlocutori, abilmente interrogati, a riconoscere la loro ignoranza .Si trattava di rendere cosciente l’interlocutore del suo errore non già refutandolo direttamente, ma facendo in modo che la sua assurdità gli apparisse chiara. Secondo Vlastos,  infatti,  Socrate è colui che ha segnato una profonda trasformazione del concetto di ironia ,  portandolo da un’ accezione totalmente negativa a una in qualche modo postiva. Hadot propone,  poi,  un’altra prospettiva,  quella dell’Eros, il vagabondo in cerca della bellezza. Eros è il dio greco dell’amore e del desiderio,  tradotto in latino con Cupido. All’ironia socratica Hadot affianca quella amorosa. Nella Grecia contemporanea a Socrate l’amore maschile è un ricordo dell’educazione guerriera arcaica, la relazione maestro-discepolo è concepita secondo il modello di questa relazione arcaica e si esprime volentieri con una terminologia erotica.L’ironia amorosa di Socrate consiste , semplificando, nel fingere di essere innamorato, finchè colui che colma delle sue assiduità,  per il rovesciamento dell’ironia, non si innamori a sua volta. Nell’ironia amorosa, Socrate, con le sue dichiarazioni d’amore, fa credere di desiderare la bellezza fisica di colui che finge di amare, ma stavolta la persona amata scopre di essere incapace di soddisfare l’amore di Socrate, perché non ha in sé una vera bellezza. Scoprendosi mancante si innamora del filosofo, ossia non già della sua bellezza fisica, poiché Socrate non ne ha, ma dell’amore che è il desiderio della bellezza di cui si è privi. E così essere innamorati di Socrate vuol dire essere innamorati dell’amore. Eros, per Socrate, è essenzialmente desiderio,  infatti il nostro filosofo non possiede sapienza, per questo è filo-sofo, amante della sapienza,  quindi desideroso di raggiungere un livello di essere che sarebbe quello della perfezione divina. Ecco che quando i discepoli amano Socrate-Eros, o meglio quando amano l’amore rivelato da Socrate, ciò che amano in Socrate è questa sua aspirazione alla bellezza e alla perfezione dell’essere. Hadot paragona Socrate anche a Dioniso,  dio dell’estasi,  dell’ebbrezza e del vino. Socrate era noto anche per la sua capacità di reggere il vino,  e in una scena del Convito,  lui e Agatone si rimettono al giudizio di Dioniso per sapere chi possieda più saggezza, nel senso che chi berrà di più vincerà la competizione,  inoltre satiri e sileni formano il corteo di Dioniso. In quest’ultimo capitolo riguardante la figura di Socrate, Hadot allude anche al rapporto fra Socrate e la morte e la vita e descrive questo turbolento rapporto tramite Nietzsche, che apprezza in Socrate il suo aspetto dionisiaco e disapprova, sconcertato e incredulo, quel Socrate pessimista di fronte alla vita .Ad esempio , alla sua morte,  Socrate pronuncia le enigmatiche parole: “O Critone, devo un gallo a Esculapio”. Con queste parole, è come se, guarito da una qualche malattia, fosse debitore di qualcosa al dio della salute. Come se la vita fosse, per lui,  una malattia.