“Popolo di morti, andate a morire!

Il mio viaggio …

«» «Mio padre mi aveva venduto come schiavo. Mio zio, il fratello di mio padre, mi convince a scappare … insieme ci incamminiamo verso la Libia, verso la libertà, cosi ci veniva descritta. La libertà, quella condizione che  dovrebbe essere intrinseca in ogni essere umano, noi la cercavamo! Libertà ancora lontana … Arrivati, dopo un lungo “viaggio”,  veniamo  fatti prigionieri: di che cosa? Un quesito impresso nella mia mente che aspetta ancora una risposta».

«Chiusi in un carcere e condannati a dei lavori disumani. Non avevamo la possibilità di far pagare un riscatto alla nostra famiglia, non ne avevamo più …, venduto senza la possibilità di essere acquistato. Mio zio, sempre vicino, dopo circa tre mesi riesce a convincere i nostri “persecutori”.  Ci mettono nel primo gruppo, pronti all’imbarco … ma per dove? Pronti per un altro “viaggio”,  con un augurio: popolo di morti andate a morire! …. “Popolo di morti, andate a morire …”».

Oggi parlare di viaggio non significa “venire” per una passeggiata, ogni presenza in mezzo a noi è un momento molto serio per capire noi stessi. L’immigrazione o le  migrazioni non sono parole per farci perdere di  vista l’identità o l’esistenzialità, è uno spostarsi e sono certo che con la presenza di migranti, ognuno di noi è in grado di ricordare la propria migrazione anche storicamente.

«Chi di voi non ha mai provato un viaggio, certo sapete bene di cosa sto parlando, e lo fate anche voi, anche semplicemente spostarsi tra città, è una migrazione. Può essere un migrare interiore o  un viaggio di piacere. Si migra, si viaggia per motivi diversi: per guerra, per carestia, un bisogno diverso, una necessità politica; oggi i politici dicono che ci sono i migranti economici, però senza sapere che dietro  a quell’immigrato  o migrante economico, dietro, ci sono altre sofferenze che non vengono subito a galla, perché c’è bisogno di “ascolto del viaggio”, tanto ascolto perché è difficile sapere cosa ha vissuto e come ha “viaggiato”;  un viaggio di speranza, in cerca di amore, di pace».

«Se oggi possiamo chiamare un migrante per nome è grazie ai tanti volontari di buona carità. Ognuno di noi quando arriva ha un numero; ci scandalizziamo quando parliamo di Shoah, quando foto storiche raffigurano un nudo braccio e un “numero”. Un numero che ti fa perdere l’identità, la concezione di esseri umani, di un corpo  dove all’interno batte un cuore e scorre sangue che alimenta la speranza di essere chiamati per nome».

«Un nome che cerca pace, una pace fraterna, e non da condividere solo in qualche evento: la pace dipende da ognuno di noi. Dobbiamo fare insieme la “Pace” intesa sempre attraverso  un Incontro; la pace inizia attraverso il potersi guardare negli occhi. Non vi piace qualche cosa? Lascia che io te lo dica. A te non piace? Dimmelo ugualmente, e sicuramente troveremo terreno fertile per comprenderci».

«… ho viaggiato con l’augurio: popolo di morti, andate a morire!!!».