Il leone…

TEVEROLA – Ci siamo chiesti: Come valorizziamo il territorio attraverso il coinvolgimento diretto di cittadini? Riusciamo a trovare un modo innovativo o, quantomeno, mai battuto in queste zone?
Ci siamo seduti ad un tavolo da riunioni e l’idea, alla fine, è arrivata.
Abbiamo dato vita al progetto #StoryTelling. Pensiamo che lo storytelling applicato alla politica identifica un metodo strutturato di comunicazione per la leadership in campagna elettorale.
La parola inglese non deve sviare… semplicemente: raccontiamo. Abbiamo pungolato, con una serie di interviste, i nuovi soggetti politici che si trovano di fronte a mutamenti storici profondissimi e che hanno la forte necessità di ridefinire l’immaginario e il linguaggio politico, alla ricerca di nuovi sistemi valoriali, etici e di azione sociale e con l’uso di procedure narrative abbiamo semplificato il loro “politichese”, laddove ce n’era bisogno, al fine di promuovere meglio valori e idee.
Quest’attività rientra nel progetto #CityTelling, avviato già da qualche anno in città, che vede i volontari di tre associazioni locali, mettere in atto, in modalità autofinanziata, un laboratorio di formazione-intervento permanente al servizio della comunità locale e di promozione di pratiche di cittadinanza attiva.

Iniziamo questa nuova avventura con le “suggestioni” ed i dilemmi di Tommaso Barbato

 “Quando ero piccolo adoravo lo stadio, mi ricordava arcaici luoghi di giochi, di sfida, di spettacolo, ero attirato in particolar modo dallo spazio, dalle linee bianche tracciate su un prato verde, una sorte di contrasto tra la natura e il progresso, tra il bello e il brutto, tra il bene e il male. Mi accorsi nel tempo che era un luogo preferito di tanti altri bambini.

Crescendo mi resi conto che lo stadio non era diventato un mio interesse, il calcio, il gioco, i concerti e tutto ciò che si svolgeva al suo interno non appagava quell’interesse che lo collegava ad esso; scoprii più tardi che la storia, la conoscenza del nostro vissuto, i luoghi antichi dove si svolgeva la vita dei nostri antenati, mi affascinava e iniziai a viaggiare per colmare le mie lacune e arricchire il mio bagaglio di conoscenza.

E’ stato durante una visita all’Arena di Verona che la mia mente inizio a mettere insieme tutti quei tasselli di conoscenza e, come per magia, mi ritrovai al centro di quel luogo; non ero da solo, con me alcuni compagni di spettacolo che mi facevano da scudo, ma tutti consapevoli che solo uno ne sarebbe uscito vincente. Dovevamo esibirci con degli animali esotici, tra questi attirò il mio interesse un leone che stranamente non era feroce come tanti visti nei film, era enorme maestoso, legato ad un picchetto piantato a terra, con una semplice corda che gli imprigionava una delle zampe. Era evidente che un animale come un leone considerato il “re della foresta” con una forza fuori dal comune potesse liberarsi agevolmente e fuggire.  Perché non farlo?

Raccontai in giro le mie osservazioni, cercai un aiuto per risolvere il mistero del “leone incatenato”; non aveva coraggio, non era un animale “normale”, non aveva le qualità di affrontare lo spettacolo, era ammaestrato e fingeva. Tante le opinioni, ma nessuna risposta tangibile e coerente per risolvere l’enigma.

Col tempo dimenticai il rompicapo del leone e del picchetto. Il caso ha voluto che qualche giorno fa  un “saggio”  ha trovato la risposta: “il leone non scappa perché da cucciolo è stato legato ad paletto di legno conficcato nel terreno; ha provato con tutta la sua forza a liberarsi ma il paletto era troppo saldo per lui fino a quando si è abbandonato alla propria impotenza. Il leone che hai visto nel tuo immaginario ha impresso sulla sua pelle l’impotenza e da adulto non ha mai riprovato a liberarsi, non ha mai messo alla prova la sua potenza, il suo vigore, la sua autorevolezza di ritornare ad essere il re della foresta come la natura ha deciso che lo sia.”

Riflettendo mi sono immedesimato in queste parole: ho vissuto come un leone incatenato pensando che non potevo fare tante cose solamente perché qualche anno fa ci ho provato e ho fallito, sulla mia pelle ho individuato il  “piccolo”  picchetto saldo al terreno  come una forza che mi “impediva” di liberarmi e ritrovare quella “libertà” che la natura mi ha dato. Oggi quel “piccolo vincolo” è stato consapevolmente sradicato e in tanti abbiamo la forza dire: sono capace, ho la forza, posso e potrò sempre.

Questa volta mettendoci tutto il mio cuore… tutto il tuo  cuore!”