Sei tu il limite di te stesso…

Una nuova tappa del viaggio che abbiamo intrapreso col progetto #StoryTelling. Il progetto, lo ricordiamo, con una serie di interviste ai nuovi soggetti politici, è alla ricerca di nuovi sistemi valoriali, etici e di azione sociale. Semplicemente: raccontiamo. Con l’uso di queste procedure narrative abbiamo semplificato il “politichese” e cerchiamo di promuovere meglio valori e idee.Poiché come diceva qualcuno “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni”, stavolta vi proponiamo un sogno: il sogno di Mary Improda. Buona lettura

“Quella notte non riuscivo a dormire, quel ricordo che raramente riaffiorava nella mia mente … da piccola ricordavo benissimo, poi diventava sempre più velato; il quotidiano riusciva a impegnare la mia mente.

Quella notte, come un tuono nel ciel sereno, rimbombava … mi alzai e mi affacciai alla finestra, la strada era ancora piena di vita, il mormorio dei passanti, le risate di quel gruppo di giovani seduti sul muretto… era piacevole quella visione, in effetti la gente è più bella vista dall’alto… mi vestii rapidamente e scesi per la strada, in cerca di quello che non c’era….

Nel vicoletto un piccolo cagnolino che gironzolava,  seguiva un passante poi un altro e poi ancora un altro, voleva essere uno di noi… gli chiesi: chi sei?

“Ero un principe, poi per disavventura  mi sono reso conto  ché non mi piace star accanto agli altri, né gli altri desiderano avvicinarsi a me. A proposito chi sono gli altri?”

Eroi, operai, pensionati, lavoratori, professionisti, dottori, truffaldini, marionette,  decaduti e poi tanti, tanti che in piazza hanno gridato alla “libertà”.

Li vedo tutti affacciati come me al davanzale della mia finestra ognuno con la sua storia… provo a immaginarne, una per ogni testa,  chiedo a chi grida più forte:  Coccia pelata che brilla al sole, qual è la tua che ti ritieni onesto? Sarai davvero onesto? Tu che hai mani affusolate, da gran maestro sai bene dove metterle e dove tenerle fuori. Tu che sei affamato di ogni cosa e giri intorno a tavoli imbanditi senza conoscere i commensali?

“Coccia pelata” sorride senza separare le labbra. Non dice, lascia dire. Annuisce… non risponde. Per lui sono una semplice  passante senza nome…

Senza nome… Senza nome… Senza nome…  Senza nome…  Senza nome…  Senza nome…  Senza nome…

Mi sveglio. Era un sogno. Un ricordo: senza nome.

In verità non avevo un nome. Tutti mi conoscevano col “numero zero”, anche mio padre mi diceva: “Non scegliere quel numero. La gente ha preconcetti, diranno che vali ‘zero’.”

In effetti il numero non lo scelsi a caso. Si trattava di dimostrare che in tanti si sbagliano, vengono accecati da pregiudizi legati ad un numero… era una sfida: dovevo  dimostrare che con un semplice zero si arriva a “vincere”. Iniziai a darci dentro, sempre più forte, a gradini iniziai a fare i primi passi, le prime conoscenze, mi dicevo tra me: “Se il numero ‘zero’ deve essere un “marchio”, dimostrerò a tanti che si sbagliano fino a che non darò il mio contributo per migliorare il prossimo.”

Il percorso è stato duro, alternavo momenti di gioia, a sofferenza, ma volevo tirar fuori il meglio di me.

I primi tempi ero stata messa in disparte, mi sentivo inutile, a volte depressa. Stavo perdendo la stima di me stessa.

Un tormento: “Sarò brava abbastanza?”

Potevo lasciare tutto, invece iniziai un percorso di conoscenza, di studi, iniziai ad osservare quello che girava attorno. Il bello il brutto, i problemi, la vita.

Arrivò il mio turno, ero capace, sapevo quello che bisognava fare.

Il numero “zero”, dall’ assoluto anonimato, conquistai la fiducia  e da allora non mi sono più voltata indietro.
Ps. Se nessuno crede in te, tu credi in te stesso”