Dialoghi al semaforo…!

Non ci ferma nemmeno il ponte di Ognissanti. Anzi, i ponti uniscono e, quindi, eccovi una nuova tappa del viaggio che abbiamo intrapreso col progetto #StoryTelling. Il progetto, lo ricordiamo, con una serie di interviste ai nuovi soggetti politici, è alla ricerca di nuovi sistemi valoriali, etici e di azione sociale. Semplicemente: raccontiamo. Con l’uso di queste procedure narrative abbiamo semplificato il “politichese” e cerchiamo di promuovere meglio valori e idee. Percorriamolo, quindi, questo ponte, nel traffico delle suggestioni create dal dialogo con Alfonso Fattore. Buona lettura

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“Un urlo: Esposito dove stai andando?

La voce grossa rimbomba per tutta la scala, rimbalzando per le pareti fino ad arrivare alle orecchie di Esposito che arrivato come al solito in ritardo, corre per raggiungere il suo ufficio al secondo piano di quel vecchio palazzo oramai decadente. Riesco a raggiungerlo ed acciuffarlo goffamente per  la manica della giacca.

Esposito tu adesso vieni con me. Abbiamo una faccenda in sospeso!

Esposito Alberto, iniziò a balbettare, a tremare davanti all’agitazione di Capece Ernesto . A gambe levate entrambi iniziarono a raggiungere il cortile del palazzo per raggiungere un vecchio rottame ancora capace di fare qualche chilometro.

Esposito si mise alla guida. Si girò a guardarmi come se fossi un forsennato: Dove stiamo andando?

In effetti stavo un po’ malconcio, non avevo dormito tutta la notte, mi accorsi solo in macchina che avevo due grosse occhiaie e i capelli tutti arruffati, l’alito impastato tra un cornetto, un caffè con l’aggiunta di un whisky bevuto in fretta e furia verso le 3 di mattina.

Esposito, dico con voce decisa e autoritaria, devi darmi una mano. Devo aiutare un amico. È in pericolo e non abbiamo molto tempo, non posso adottare le procedure che mi impone l’ufficio, è una cosa che dobbiamo risolvere in pochi, senza fare troppa confusione e con la massima discrezione, prima che sia troppo tardi. Mi puoi aiutare?

Con sguardo incredulo ma deciso con un “Si” secco Esposito, mi conforta e mi da quella stima di cui avevo bisogno.

Lo ringrazio con gioia ed un segno di intesa con il pollice e indice. Non serve altro.

Alberto, ora possiamo andare a casa.

Durante il tragitto, per quelle strade dissestate, provo ad accennare tutto il mio trascorso, i programmi, i tempi e i progetti per il futuro.

Alberto non toglie gli occhi dalla strada. Non mi da nessun accenno di attenzione alle mie parole, non si gira verso di me come solitamente succede in una conversazione in auto. È attento a carpire ogni parola, ogni pensiero, ogni idea. È concentrato ad evitare le buche, a seguire il percorso che nelle nostre città è una giungla: traffico selvaggio, inquinamento, rumore.

Solo al termine della mia esposizione, fermo ad un semaforo, che Alberto mi degna di uno sguardo: Ernesto sei sicuro di quello che vuoi fare? Non è, con rispetto parlando, un “capriccio per ogni riccio”? Mi devi scusare, ma ti vedo un po’ turbato.                 

Sono preoccupato, rispondo, perché bisogna fare qualcosa per noi, per la nostra crescita. Durante il mio vissuto mi sono reso conto che tanto è stato detto, ma poco fatto. Ho scoperto che questi figuri si sono introdotti nella società e si sono riprodotti, si sono impossessati del “sistema”. Unico mio conforto è che ora so riconoscerli, capisci? Riesco a capire solo gurdandoli negli occhi e vedere la loro sincerità. Ora, però, non so se sto sbagliando, devo comunque fare qualcosa per la nostra causa. So come fare ma c’è bisogno di aiuto. Aiutami!

Alberto ha lo sguardo altrove. Scatta il verde e parte.  Prima di raggiungere casa, ferma la macchina di botto, mi guarda con occhi intensi e dice: da dove cominciamo?”