Bella Ciao…

Dopo le incursioni verso il futuro #StoryTelling vi propone un tuffo nel passato. #StoryTelling, lo ricordiamo, con l’uso di procedure narrative semplifica il “politichese” e cerca di promuovere meglio valori e idee. Immergiamoci, dunque, in questo racconto che sembra uscito dalle pagine di Giovannino Guareschi e ci racconta di un tempo e di uno spaccato d’Italia che ormai sembrano essere  lontani anni luce. Oggi vi facciamo conoscere un bravissimo StoryTeller: Domenico Gino Del Sonno.
Buona lettura.

“Bella Ciao

La voglia di ” rosso relativo ” mi ha abbandonato nel Giugno del 1984.

All’epoca avevo 15 anni e, con la morte di Enrico Berlinguer, passava a miglior vita anche il mio desiderio di politica.

Il ricordo si affievolisce, anche perché gli anni corrono e la nostra mente non tiene il passo. Mi rimane però impresso il sorriso di mio padre con l’immancabile foulard rosso al collo, ed i volti dei compagni, quasi tutti operai, che discutevano su come cambiare in meglio il mondo.

Le feste dell’Unità, organizzate dalla segreteria di un paesino, somigliavano più ad una sagra del casatiello che ad un raduno proletario. A riprova di ciò vi partecipavano tutti.

Tra gli invitati potevi trovare, oltre alle autorità di rito, sia esponenti della DC che i cugini dissidenti socialisti. Quando inevitabilmente gli animi si esacerbavano, complice l’euforia del dibattito, il diverbio si risolveva quasi sempre a colpi di bicchieri di vino. Caso emblematico la questione nata tra “Zì Pascal o fascist” e “Don Antonio detto Stalin”, nemici per tessera d’appartenenza, amici inseparabili nella vita.

Il campo di battaglia consisteva in un tavolino antistante il barbecue delle salsicce, le armi in tre fiaschi di rosso.

Risultato?

Zì Pascal batte Don Antonio per due fiaschi ad uno.

Altri tempi, altre ” guerre “, soprattutto altri fegati. In realtà di politica si discuteva poco. Dopo i saluti di rito alle autorità convenute, il segretario ringraziava gli intervenuti con un lapidario:” Compagni grazie, e buon divertimento”. Al convegno potevi trovare di tutto, dallo Stand dei prodotti artigianali alla frutta esotica.

In uno di questi scopri in giovane età, che il Kiwi non era solo un uccello della Nuova Zelanda ma anche uno squisito frutto. Venivo letteralmente rapito dai fumetti, presenza quasi obbligatoria a questo genere di eventi. Gli eroi di carta stuzzicavano la mia fantasia, il passo poi dalla ” letteratura dei poveri”, ai libri è stato breve. La maggior parte dei curiosi era attratta dalla tecnologia del tubo catodico, con l’amletica domanda che ne seguiva. Meglio un Radiomarelli oppure un Telefunken?

Confrontati poi, gli italici prezzi con quelli teutonici, prevaleva lo spirito patriottico nazionale. Anche su questo campo l’Italia batteva la Germania 3 ad 1.

Nella passerella di esposizione convivevano prodotti ortofrutticoli con salumi locali, con buona pace dei Vegani che in quegli anni erano i nemici di Goldrake e non un ordine salutista. Man mano che la festa entrava nel vivo, la partecipazione popolare aumentava, assumendo sempre di più i connotati di una festa per il santo patrono, più che un ritrovo di attivisti.

Le musiche spaziavano da ” Bella ciao” a ” Nù jeans e nà maglietta”. A tutt’oggi ancora non ho compreso l’attinenza de l’inno rosso per eccellenza con Nino D’Angelo.

Dopo aver fatto onore alle grigliate di carne ed alla pasticceria delle volenterose massaie proletarie, coppie non più in verde età si scatenavano in castigati balli. Dolci ovviamente confezionati con uova e latte contadino, colesterolo concentrato dal sapore zuccherino. L’unica cosa light era l’acqua dei rubinetti e, visto l’alcol che aleggiava nell’aria, nemmeno quella.

Nessuno si lamentava del frastuono e, se qualcuno si azzardava a farlo, veniva risucchiato dal vortice del Dio Bacco, dimenticandosi del perché della sua presenza in quella bolgia.

Al termine della festa, volenterosi si occupavano di mettere in ordine la piazzetta. Soprattutto le consorti raccattavano i loro mariti; reduci dalla ” singolar tenzone”; che di prassi si salutavano a braccio teso, ognuno come prescriveva la propria fede politica. La severa legge dell’apologia di reato, complice la neutralità dell’evento, non veniva applicata.

Mio padre salutava i convenuti con sorrisi e pacche sulla spalla, dando loro appuntamento all’anno successivo, sperando finalmente di discutere, almeno per una volta, di soluzioni ai problemi che assillavano la piccola comunità.

Una volta giunti a casa, mio padre teneva a precisare a me ed ai miei fratelli, che il comunismo era tutto, tranne l’esperienza che avevamo vissuto poco prima.

Col senno di poi non posso dargli torto, ma rimpiango quegli eventi come la vera, ed unica esperienza politica della mia vita.”