La lady di ferro…!

In questa nuova puntata di #StoryTelling vi regaliamo atmosfere Belle Epoque. Il progetto #Storytelling, lo ricordiamo, con una serie di interviste ai nuovi soggetti politici, è alla ricerca di nuovi sistemi valoriali, etici e di azione sociale. Semplicemente: raccontiamo. Con l’uso di queste procedure narrative abbiamo semplificato il “politichese” e cerchiamo di promuovere meglio valori e idee. Fatevi suggestionare da questo nuovo racconto e ricordatevi che le avventure accadono a chi le sa raccontare. Buona lettura!

“Mi avevano parlato di lei qualche mese fa e di un manufatto particolare arroccato su una collina tra il lago e il mare. Quel giorno andai da solo a quell’appuntamento fissato qualche tempo prima, arrivai con qualche ora di anticipo per  il timore di arrivare in ritardo e perdere un’occasione irripetibile.

Scesi dalla macchina e osservai quel panorama stupendo: il sole alto, un cielo azzurro e l’orizzonte chiarissimo, mi pentii di non aver portato la macchina fotografica per immortalare quel paesaggio da sogno, tra ulivi secolari, magnolie, rose, piante di carrubo…, una visione paradisiaca.

Girai lo sguardo sulla destra e intravidi una bellissima villa in stile vittoriano, con un ingresso fatto di pietra con una minuscola porticina di ferro e vetro, chiusa da un robusto lucchetto. In cima vi era una strana lanterna accesa che sembrava avere qualche legame con il mondo filosofico greco. La curiosità mi portò a delle strane feritoie tutt’intorno, distanziate di pochi centimetri l’una dall’altra.

Sbirciai all’interno: non si capiva molto di più, anzi le idee si facevano più confuse. Dietro il vetro della porticina intravidi delle ramazze e dei fusti, oltre a parecchie prese di corrente, fili elettrici, centraline telefoniche e una spranga piegata di legno con un’impugnatura scura.

Lessi la targhetta sotto il pulsante del campanello: Lady M.H.T. infatti la villa conosciuta una volta come Lady I., venne ereditata agli inizi dell’900 dalla ricca famiglia IRON, la quale incaricò l’architetto Giuseppe Valadier di realizzare un bellissimo parco, ovvero tante piccole villette decorate con pietra e gesso bianco che fanno di Hormiae la città che ha più risentito l’influsso dello stile italiano dell’ottocento.

Da lontano vidi la polvere alzarsi dal sentiero che portava alla villa, sentii il rumore di una macchina, era lei, in congruo anticipo, ma ero sicuro che era lei.

Rapidamente raggiunsi gli ulivi e mi mimetizzai tra i rami sempre verdi. Nel frattempo accesi una sigaretta che rapidamente fumai, era presto ne accesi un’altra, la fumai con più tranquillità… era ora.

Lentamente mi avvicinai alla porta, bussai con delicatezza, mi aprì una signora era la dama di compagnia che si occupa del suo vestiario, dame Maria Destetics, che le cura il look e le fa da segretaria; già sapeva del mio arrivo e mi invitò ad attendere, dopo qualche minuto mi invitò a seguirla, percorremmo un lungo corridoio, in fondo una porta in legno massello laccato bianco, Maria apri la porta, Lady Iron, stava scrivendo, non alzò neanche la testa, disse: «Si sieda».

-Lady Iron, ha una carriera ben avviata e una vita sociale più che soddisfacente. Negli ultimi anni ha lavorato nel mondo della scuola e fino a qualche anno fa collaborava con il giudice Coronet, donna straordinaria e giurista di gran fama. Nel contempo aveva accettato anche la proposta della Oxford, uno studio di intermediari finanziari. Prima di mettersi alla guida dello studio che portava il suo nome, voleva costruirsi da sola la propria esperienza e reputazione. Ora che la sua vita era stabile e ben avviata, Lady Iron non avrebbe desiderato nient’altro che qualcosa da condividere con il prossimo. –

Mi siedo. Iron mi chiede: «Qual è il suo gioco preferito?».

Io: «Gli Scacchi».

Lei: «Come fa a saperlo?»

Io: «Cosa?»

Lei: «È anche il mio preferito». Poi lei, di nuovo: «Qual è il suo discorso politico preferito?».

Io: «Quello di Pèricle, Discorso agli Ateniesi: “…Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così».

Lei: «Come lo sa?»

Io: «Cosa?»

Lei: «È anche il mio discorso preferito».

Dopo quel brevissimo colloquio mi ritrovai assunto nel ruolo di “Addetto alla comunicazione”. Nel congedarmi mi disse: «So che sarà difficile, ma dovrai dirmi sempre la verità, non usare sotterfugi per farmi apparire. Con la gente, se non mi vuole, non funzionerà»

La sera dopo mi ritrovai licenziato, mi scaraventò addosso il mio taccuino, lasciato lì, sulla sua scrivania. Avevo rifiutato un confronto pubblico faccia a faccia tra Iron e altri pezzi grossi della politica locale, temevo che avesse fatto brutta figura maltrattandoli. Ma Iron scoprì tutto. La mattina dopo, però,  mi chiamò al telefono e, come se nulla fosse successo, mi sussurrò : «Dove eravamo rimasti? Venga nel mio ufficio!»; corsi in fretta da lei e, una volta arrivato lì, mi accorsi che nel lungo corridoio era appesa, in bella mostra, una copia di una prima pagina di giornale che a caratteri cubitali strillava: “La Thatcher, teverolese