Largo ai giovani? Si, no, forse!

L’intervista di oggi è a Caterina Genovesi, ricordate la Lady di ferro? Ed in effetti nel leggere l’intervista viene un po’ svelato il racconto che vi abbiamo sottoposto qualche giorno fa sempre in questa rubrica che fa capo al progetto #Storytelling.

Il progetto, lo ricordiamo, con una serie di interviste ai soggetti politici, è alla ricerca di nuovi sistemi valoriali, etici e di azione sociale. Con l’uso, poi, di procedure narrative abbiamo semplificato il “politichese” e cerchiamo di promuovere meglio valori e idee. Buona lettura!

“Una delle cose più concrete del nostro “essere” è il confronto.  Se si sottrae al confronto, il soddisfare le esigenze della collettività, i bisogni, la condivisione, lo stare insieme , c’è soltanto da rammaricarsi e iniziare tutto daccapo”. La Prof.ssa Caterina Genovesi, riconosciuta e apprezzata per la sua umanità, oltre che professionalità, racconta il suo percorso di vita e ci regala preziosi consigli per migliorarci, con esperienze di crescita e consapevolezza, e ci ricorda che bisogna “fare” per ottenere uno sviluppo vigoroso e virtuoso.

“Il mio vissuto è fatto di tante soddisfazioni, ho iniziato nel mondo della scuola, sono stata a contatto con generazioni diverse, ho trasmesso i valori della vita, del rispetto verso il prossimo. Insegnare significa “lasciare un segno” ovvero, l’insegnamento non vuol dire solo una divulgazione del sapere o della conoscenza. Alla base del trasmettere le proprie esperienze c’è la creazione di una relazione. Relazione intesa come percorso di convivenza: visione della realtà e rispetto reciproco, alla base, per lavorare sempre sulla qualità del tempo vissuto.

La nuova generazione è dinamica, “pensante” e spedita. Non sa che “vivendo in tempesta” rischia di piombare nell’abisso dell’indifferenza o, nella peggiore delle ipotesi, dell’intolleranza, dell’irruenza azzardata e ignorante.

I miei genitori erano persone umili, radicati alla loro terra e alle loro tradizioni, hanno saputo tramandarmi dei valori così puri e profondamente ancorati in quella parte della cultura popolare che, anche se rischia di svanire col passare degli anni, è stata una grande scuola di vita. Mi hanno sempre spronata a dare di più. Gli studi, il primo approccio al lavoro, la politica, senza tralasciare quei valori di rispetto verso la “famiglia” unico focolare dove ho condiviso le mie preoccupazioni, gli ostacoli, i primi accenni alla discriminazione di genere e del “sapere”. Ero e sono stata lontana dagli stereotipi della mia generazione… Ricordo un concorso per “Commissario della Pubblica Sicurezza”, esclusa perché donna. Quest’episodio mi ha segnata, quello studio matto di materie giuridiche non è stato invano. Dopo anni l’ho messo in pratica durante la mia esperienza di Sindaco di Teverola. Erano anni diversi, dove contavano gli ideali politici, la formazione politica, il confronto con gli avversari (non erano nemici), dove ogni decisione era condivisa con tutta l’amministrazione anche con l’opposizione. Erano altri tempi, duri, di resistenza civica. C’è stato qualche episodio con alcuni “figuri” che mi definirono la “Thatcher teverolese”.

Oggi le esigenze sono diverse, la società è cambiata: non esistono più quei luoghi di confronto dove ogni idea veniva discussa anche animatamente, non si è spronati a riconoscere le qualità, la bontà, la peculiarità di coloro che ben possono veicolare un futuro fatto di progresso e benessere, si è ancora frenati a far emergere le nuove leve e a far allargare il loro orizzonte culturale riuscendo cosi ad andare oltre quello che ormai è superato.

Purtroppo denoto ancora che siamo dominati dalla ricerca delle risposte, non di farsi le domande. C’è un vuoto di domande, non un cammino alla ricerca di un perché, dove ognuno aggiunge il suo pezzo, ecco gli strumenti di lavoro. Occorre autocritica, un’analisi del nostro “compiuto”, la mission e vision del nostro “essere”, perché se non conosciamo noi stessi non possiamo essere cittadini di una Città che non si conosce sino in fondo o promotori di una cultura che troppo spesso si dimentica da dove viene. I buoni propositi per il futuro? praticare l’accettazione e “fare”, affrontando le incertezze e le complessità che inevitabilmente si incontreranno, intenti che non vanno confusi con gli obiettivi. Non sono infatti i “fini”da raggiungere, ma capacità propria da coltivare sempre, come se ogni inizio fosse “lasciare un segno”. Ecco il mio augurio…!