Renato, l’Idea e la Storia

Mi chiamo Renato, Renato Franco. Il doppio nome è dovuto ad un episodio triste della storia della mia famiglia… ma voglio parlarvi di allegria.

Sì, sono allegro. Lo sono sempre stato. Forse anche quando c’era poco da ridere. Ma la mia vita l’ho presa così: col sorriso sulle labbra.

Già, la vita. Ma che vita poteva essere nel buco del culo del mondo… secondo alcuni. Ma io sapevo bene di vivere in un posto straordinario e da qui non me ne sono mai andato.

Ho speso ogni mia energia per questo posto. Ho fatto di tutto sempre al servizio di un’idea. Ma era spesso nebulosa, a volte la vedevo eterea, quasi la toccavo con mano. Un’idea che giorno dopo giorno prendeva sempre più forma.

Lei, l’idea, occupava la gran parte del mio tempo. Ci provavo e riprovavo a darle corpo e, soprattutto, a darle anima. Mi sfuggiva. Ma io l’alimentavo ogni giorno. Eravamo come gli innamorati in un romanzo d’amore: affrontavamo mille ostacoli prima di ritrovarci e poi… eravamo di nuovo lontani.

Ma non l’ho mai abbandonata. Il buon Erasmo da Rotterdam aveva proprio ragione a dire “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”. L’ho sempre pensato di essere folle e poi ve l’ho detto che affronto la vita col sorriso sulle labbra.

La cosa bella è che io penso di essere folle, di avere quel briciolo di visionaria follia mentre invece gli altri mi reputano proprio pazzo. Dicono che solo un pazzo farebbe le cose che faccio io.

Pazzo. Pazzo visionario, curiosone… denunciavo il crimine e le malefatte dei criminali, volevo sapere cosa c’era nei fusti che vedevo sotterrare nei terreni del posto straordinario dove vivevo. Scrissi a tutti dal sindaco al Presidente della Repubblica ma non mi degnarono di risposta. Eppure i matti dovrebbero assecondarli anziché ignorarli.

Poi conobbi Peppe. Che risate, lui prete ed io comunista: come nei libri di Guareschi. E proprio come nei libri di Guareschi mi ritrovai a fare il sindaco. Io, proprio io Renato, come Peppone. Ma, purtroppo, il posto dove ero primo cittadino: il posto straordinario dal quale non me ne sono mai andato non era Brescello.  Era difficile da governare. Ogni giorno una lotta, problemi, paletti e carichi di letame e Lei, la mia idea, che mi sfuggiva ogni giorno di più.

Poi quella maledetta mattina di marzo, quei colpi, quelle pallottole, le ventimila persone ed i lenzuoli bianchi. Peppe non c’era più. E con lui mi abbandonò anche Lei, la mia idea.

Poco tempo dopo una congiura di palazzo mi sbalzò dalla mia poltrona di sindaco. È stato detto che il potere logora chi non ce l’ha. Per me non era affatto così. L’abbandonare la politica attiva mi diede nuova linfa e vigore. Avevo da rincorrere Lei, la mia idea, riconquistarla.

Come nei migliori “Harmony” c’eravamo riavvicinati, sembrava esserci il lieto fine ed invece i colpi di scena, anche cruenti, non erano mancati.

Lontano dal Palazzo mi sentivo quasi rinato. Avrei riconquistato Lei anche continuando a fare il mio lavoro di sempre: il medico ma anche facendo il volontario e l’attivista.

Pensavo sempre a Lei, in ogni piccola, grande cosa che facevo. Ho trovato, nel tempo, tanti amici che mi hanno aiutato e con me hanno compiuto piccole, grandi, imprese straordinarie.  Ma Lei era diventata il mio chiodo fisso. C’era Lei in ogni pensiero. Martellante. Non mi davo pace. Volevo raggiungerla e fare di nuovo assieme un bel pezzo di strada.

Nel corso del tempo ho anche trovato tante persone che, come me, abitano in un posto straordinario, lo stesso dal quale io non me ne sono mai andato. Secondo loro il posto straordinario così com’era non andava bene andava fatto RINASCERE e RICOSTRUITO. Ero d’accordo con loro. Passai un mese esaltante di strada in strada, di casa in casa, di piazza in piazza con uomini, donne, anziani e  giovani a parlare, discutere, spiegare quanto era straordinario il posto in cui abitavamo, lo stesso posto dal quale non me ne ero mai andato.

Ci aspetta un appuntamento con la Storia. Saranno giornate epocali. Adesso, amici, ho bisogno di ognuno di voi e di tutti voi. Sapete bene cosa dovete fare. Ho bisogno della vostra mano per fare in modo che tutti quanti noi  che abitiamo in questo posto straordinario  torniamo insieme, e questa volta per sempre, con Lei: la mia idea che “SAREMO TUTTI FIERI DI APPARTENERE AD UN POPOLO STRAORDINARIO”.

Michele Docimo

[Pubblicato il 22 maggio 2014 su Neri di tutti i colori / L’Unità]

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